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LSD e MDMA per guarire dai disturbi mentali? Analisi scientifica della serie Netflix

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Buongiorno lo so tu non hai bisogno dello psicologo ma potresti aver bisogno di saperne un pò di più sulla docuserie di Netflix "Come cambiare la tua mente."

UNA DOCUSERIE SULL'USO MEDICO DI SOSTANZE PSICHEDELICHE

La docuserie dal titolo "Come cambiare la tua mente"  è basata sul libro del giornalista Michael Pollan e parla dell’uso di 4 sostanze psichedeliche utilizzabili secondo il documentario nel trattamento di disturbi mentali come ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico e disturbo ossessivo-compulsivo.

In questo articolo vorrei insieme a voi fare un riassunto di 3 episodi che compongo la serie e aggiungere per ogni episodio qualche informazione rispetto quanto emerge dalla letteratura scientifica in materia. Non parlerò del 4 episodio in cui si parla della mescalina perché nel documentario tale argomento viene affrontato più da un punto di vista storico sociale e meno terapeutico, in quanto tale sostanza è legata alla tradizione dei nativi americani. Per questo motivo non rientra nello scopo divulgativo di questo articolo.

Vi ricordo che trovate l’intera bibliografia degli studi che cito alla fine di questo articolo.

PRIMO EPISODIO LSD

LSD è una sostanza scoperta negli anni 30’ del secolo scorso dal chimico Albert Hofman che un giorno venne accidentalmente in contatto con tale sostanza e si rese conto di come questa possedesse proprietà allucinogene e psichedeliche.

Negli anni 50’ fu inizialmente commercializzata come farmaco psichiatrico, non attirando però particolare attenzione da parte dell’opinione pubblica e della comunità scientifica.

La situazione mutò quando l’uso di tale sostanza cominciò a diffondersi come stupefacente nei giovani americani e nel 1970 Nixon la vietò interrompendo qualsiasi tipo di trial scientifico.

Da lì in poi in pratica la ricerca su tale sostanza è rimasta bloccata sino al 2006, quando un gruppo di scienziati sollevò la richiesta di poter riprendere le ricerche a riguardo, cosa che è ripresa effettivamente in alcuni centri specializzati.

Nell’episodio del documentario ci viene presentato in particolare modo l’utilizzo di tale sostanza mediante un sistema detto di microdosaggio, utilizzato con diverse finalità come l’aumento della creatività, delle capacità di riflessione e riduzione degli stati depressivi.

Sempre secondo il documentario circa l’80% di coloro che hanno utilizzato LSD mediante microdosaggio, riferiscono esperienze positive con una riduzione di stati depressivi.

Il documentario ci parla anche di come l’utilizzo dell’LSD comporti in alcuni casi esperienze di bad trip, ossia di viaggi terrorizzanti per chi la utilizza, ma ci viene detto come in un ambiente controllato tali rischi sono di molto ridotti.

ANALISI CRITICA ATTRAVERSO GLI STUDI IN MATERIA

Partiamo dal fatto che gli effetti della LSD sulla riduzione dei fenomeni depressivi sono difficili da interpretare.

Alcuni piccoli studi hanno dimostrato effettivamente un cambiamento in alcun persone attraverso un aumento riferito dei livelli di ottimismo e apertura mentale. Il problema nell’analisi di tali studi è che però le misure oggettive sulla personalità dei partecipanti allo studio non hanno dimostrato un cambiamento nei loro tratti, il che porta a ipotizzare che il cambiamento riferito dalle persone sia attribuibile a una loro aspettativa che ciò fosse accaduto.

Questo sarebbe confermato da un altro studio che ha correlato gli effetti dei microdosaggi di LSD con un gruppo a cui veniva somministrato un placebo. Lo studio ha rilevato come entrambi i gruppi sperimentavano lo stesso livello di miglioramento dopo quattro settimane. Ciò suggerisce a maggior ragione che i benefici del microdosaggio potrebbero essere semplicemente il risultato dell'effetto placebo.

Continuiamo poi con il fatto che è presente il pericolo di vivere un bad trip, ossia l’esperienza in cui LSD porta la persona a sperimentare sensazioni di intenso terrore e panico. Fenomeno che non è evitabile in modo certo.

La ricerca infatti indica come non sia possibile neanche in situazioni controllate essere certi di evitare tale esperienza alle persone e cosa forse ancora più importante è la mancanza di procedure in grado di bloccare in alcun modo tale fenomeno quando si presenta. Per cui nel momento in cui una persona dopo l’assunzione di LSD si ritrovasse a compiere un bad trip l’unica cosa che si potrebbe fare sarebbe quella di aspettare che l’organismo smaltisca la sostanza. Non il massimo direi.

Un aspetto sul quale invece la ricerca sembra aver ottenuto conferma è quello per cui l’uso di LSD appaia in grado di connettere in modo diverso alcune aree del cervello che solitamente non sono in contatto. Questo meccanismo sarebbe alla base delle esperienze di maggiore connessione e diversità sensoriale che le persone riferiscono quando utilizzano LSD.

In definitiva possiamo dire che esistono delle timide evidenze scientifiche che mostrano come in alcune persone l’utilizzo di tale sostanza possa essere in grado di avere degli effetti positivi, ma appare evidente come sia necessario aumentare la conoscenza dei meccanismi di azione e soprattutto identificare delle procedure controllare in grado di eliminare il rischio di sviluppare un bad trip.

secondo episodiopsilocibina

La psilocibina è una sostanza chimica prodotta da alcuni tipi di funghi, rispetto la quale diversi studi a partire dalla fine degli anni 90’ sembrano aver dimostrato una efficacia su problemi come abuso di sostanze, depressione, ansia e anoressia.

Uno studio in particolare sembra aver dimostrato come dopo una singola dose elevata di psilocibina, le persone malate di cancro a uno stato terminale fossero in grado di mutare il loro approccio rispetto la morte. In particolare il 30% riferiva di aver sperimentato esperienze definite come mistiche che avevano accesso in loro una nuova e forte spiritualità in grado di cambiare completamente la prospettiva sul fine vita.

Nell’episodio del documentario ci viene presentato il contributo del neuropsicofarmacologista Robin Carhart-Harris che spiega come tale sostanza agisca su una precisa area del cervello, nel dettaglio un’area che ospita la comprensione di noi stessi e del modo in cui diamo forma alla nostra esistenza.

Secondo quanto riportato sempre da Carhart-Harris l’azione diretta della psilocibina su questo centro sarebbe alla base dell’efficacia di tale sostanza nei disturbi alimentari come l’anoressia. Sempre secondo tale tesi i disturbi del comportamento alimentare sarebbero basati in parte sull’immagine che la persona ha di sé e sulla costruzione che ha della sua vita, il racconto che ne fa. Agendo su tali centri la psilocibina sarebbe in grado di potrebbe un effettivo cambiamento rispetto tali prospettive, offrendo la possibilità di cambiarle.

ANALISI CRITICA ATTRAVERSO GLI STUDI IN MATERIA

A differenza di quanto emerso nella letteratura scientifica rispetto l’uso dell’LSD che vi ho presentato in precedenza in questo caso le prove contrario all’utilizzo di questa sostanza non sono particolarmente solide.

La maggior parte degli studi presenti in letteratura sembra indicare come la psilocibina inserita all’interno di un protocollo strutturato di psicoterapia psichedelica assistita sia effettivamente in grado di produrre degli effetti positivi in alcune tipologie di disturbi.

L’idea alla base dell’utilizzo di questa sostanza non derivante da sintesi chimica in laboratorio come LSD è che essa possa diventare un’alternativa ai farmaci.

Se da una parte infatti i farmaci hanno lo scopo di agire come correttori di squilibri funzionali neurochimici nel cervello, la psilocibina avrebbe lo scopo di operare delle modifiche nel funzionamento cerebrale in modo temporaneo che porterebbero alla possibilità di vivere nuove esperienze coscienti, con profondi cambiamenti significativi di tipo emotivo, cognitivo e comportamentale.

L’avvertimento anche in questo caso di tutta la letteratura è quello della necessità di effettuare ulteriori studi su un campione più elevato di pazienti e il fatto che il tutto debba avvenire in un contesto medico sotto supervisione di personale qualificato. Inoltre viene evidenziato come per tutte le sostanze psichedeliche esse non debbano essere somministrate a persone con disturbi psicotici, disturbi bipolari, schizofrenici o con parenti affetti da tale patologie.

terzo episodio MDMA

L’MDMA noto anche come ecstasy è una sostanza psicoattiva che si è diffusa come droga a partire dagli anni 80’ e che da subito ha suscitato preoccupazione per i suoi effetti potenzialmente neurotossici.

Oggi però essa è la sostanza psichedelica più vicina alla legalizzazione per uso medico. Questo è dovuto in gran parte al lavoro dell’associazione multidisciplinare per gli studi psichedelici che da diversi anni si occupa di fare ricerche proprio sull’MDMA a scopo terapeutico. Questa associazione e le sue attività sono al centro del terzo episodio della serie.

Nel dettaglio ci viene spiegato come l’MDMA sia particolarmente efficace nel trattamento del disturbo post traumatico da stress. Gli studi sembrano aver dimostrato che in 3 sessioni mediante l’assunzione di MDMA la maggior parte delle persone riferisce di aver superato i disturbi principali collegati al disturbo post traumatico da stress.

Nell’episodio della serie ci viene anche spiegato il suo presunto funzionamento della sostanza.

A differenza dell’LSD o della psilocibina, l’MDMA non sarebbe in grado di provocare dei viaggi mentali, ma piuttosto agirebbe mediante il rilascio di serotonina nel cervello aumentando il senso di apertura e connessione con gli altri. A questo si aggiungerebbe l’aumento anche di ossicitina, un ormone in grado di aumentare i sentimenti di empatia e connettività con le altre persone.

Questo porterebbe le persone ad aprirsi completamente all’elaborazione del ricordo, riuscendo così a superare uno dei blocchi tipici in soggetti vittime di traumi, ossia l'impossibilità di compiere una completa elaborazione della memoria traumatica.

ANALISI CRITICA ATTRAVERSO GLI STUDI IN MATERIA

Dalla letteratura in materia emergono però delle criticità piuttosto forti. Anzitutto in Canada l’autorità sanitaria canadese, la Health Canada, ha lanciato un’opera di revisione totale degli studi in materia dopo che sarebbe emerso come fossero stati coperti dei casi emersi durante gli studi di partecipanti che avevano visto aumentare in modo significativo i loro pensieri suicidari in seguito all’assunzione di MDMA.

Alcune persone riferivano infatti che l’MDMA le avesse messe in contatto in un modo troppo veloce con il ricordo dell’esperienza traumatica e che non essendo pronte a riviverla così rapidamente ne erano rimaste profondamente traumatizzate, con l’idea di suicidarsi per porre fine alla sofferenza.

Altri studi inoltre sembrano far emergere come l’uso di MDMA possa innescare psicosi prolungate e come detto in generale è forte l'avvertimento di come tale sostanze non possa essere somministrata alle persone con disturbi schizofrenici, bipolari o psicotici o che hanno familiari colpiti da tali patologie.

Questa ultima limitazione ci porta in conclusione anche a riflettere sulle potenzialità attuali dell’uso di tali sostanze. Sappiamo infatti che le capacità di superamento di malattie o disagi mentali come depressione, stati ansiosi o traumi sia correlata con le risorse di cui la persona dispone.

E sappiamo che sono proprio le persone colpite da schizofrenia, disturbi bipolari o psicotici sono quelle che presentano i quadri clinici più severi. Già eliminare completamente dal campione di utilizzo proprio coloro che maggiormente ne avrebbero bisogno perché resistenti alle terapie standard, rappresenta un primo grave limite.

Inoltre in riferimento a questi disturbi mentali esiste il problema di non poter sempre determinare se la persona abbia familiari affetti da tali disturbi, magari perché non diagnosticati o per assenza di contatti.

E' presente anche la remota ma esistente possibilità che la persona pur in assenza di casi familiari possa poter sviluppare dopo l’assunzione di tali sostanze i disturbi sovracitati. In pratica sembrerebbe di dover giocare ogni volta alla roulette russa.

Non è però tutto da demonizzare a mio avviso, rifacendosi alla letteratura. Appare come in alcune circostanze ben definite e con procedure ben standardizzate sia possibile e anzi sia necessario approfondire lo studio dell’uso di tali sostanze perché possano in un futuro non troppo lontano offrire una nuova alternativa terapeutica nel trattamento del disagio mentale.

 

Bibliografia


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Info sull'autore

Marco Naman Borgese è uno psicologo, psicoterapeuta e coach. Cultore della materia presso l'Università degli studi di Salerno, Docente presso l'Università del calcio di Coverciano e docente per il Master Giunti in psicologia dello sport. Ha conseguito una borsa di studio presso il Policlinico Universitario Agostino di Gemelli in Roma per il trattamento del dolore cronico mediante l'uso della realtà virtuale in donne affette da endometriosi. E' pratictioner EMDR di I° livello e certificato per l'uso del protocollo Mindfulness MBSR Palouse ed esperto nell'uso della realtà virtuale nel trattamento dei disturbi psicologici.

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