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Perché non crediamo a quello che dice la scienza

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Buongiorno lo so tu non hai bisogno dello psicologo ma potresti aver voglia di sapere perché alcune volte non crediamo a quello che dice la scienza.

Per capire capire come mai si verifica questo fenomeno dobbiamo partire dal capire cosa sia la disinformazione scientifica che il Journal of American Medical Association definisce come: “una affermazione su una questione di salute che allo stato attuale risulta falsa in quanto mancano evidenze scientifiche che la sostengano.”

Perché è importante studiare questo fenomeno?

Perché non stiamo parlando di questioni innocue come ad esempio credere che oggi saremo più o meno fortunati perché lo dice l’oroscopo. Parliamo di credenze sbagliate che possono finire per rallentare o impedire l’accesso a trattamenti medici basati su evidenze scientifiche da parte di persone convinte ad esempio che il cancro si possa curare con del sale grosso. E che come se non bastasse finisco per minare il rapporto fiduciario tra medico e paziente. Si perché queste informazioni aumentano lo scetticismo nei confronti degli esperti, che nonostante curriculum importanti e comprovata esperienza non vengono più percepiti come autorevoli o credibili.

 

Ma c’è una spiegazione a questo fenomeno?

Una ricercatrice, Laura D. Schrerer assieme ad altri colleghi ha cercato di rispondere a questa domanda costruendo una ricerca che aveva lo scopo di verificare alcune ipotesi che potevano rispondere a tale domanda. La ricerca ha sottoposto a verifica 4 possibili ipotesi che potevano spiegare delle caratteristiche in comune condivise dalle persone che più facilmente sono vittime della disinformazione scientifica:

  • La prima era quella del deficit, secondo cui la causa sarebbe dovuta ad una carenza nella capacità di ragionamento da parte di alcune persone basata su un basso livello di istruzione, mancanza di conoscenze scientifiche e di strumenti di analisi adeguati al fine di poter comprendere appieno le informazioni.
  • La seconda ipotesi presa in esame ipotizzava che alcune persone, eviterebbero di analizzare in maniera completa ed oggettiva le informazioni che non sono coerenti con i loro punti di vista, fenomeno noto con il nome di dissonanza cognitiva. In pratica alcuni di noi avrebbero delle convinzioni rispetto ad un tema, esempio i vaccini fanno male, così radicate che cercheranno solo informazioni che confermano la propria idea, ignorando completamente tutte quelle contrarie.
  • La terza ipotesi quella della fiducia afferma che, per diversi motivi, alcuni di noi, non si fiderebbero delle informazioni che arriverebbero dalla scienza, dai mass media o dalle istituzioni, rigettandole a favore di fonti alternative ma spesso inattendibili.
  • La quarta ipotesi, infine, era quella dell’avarizia cognitiva: secondo la quale alla base di questo fenomeno vi sarebbe la non volontà da parte di alcuni di approfondire la qualità delle notizie, perché ciò richiederebbe di investire risorse cognitive. Per cui le persone non avendo voglia di “spendere” tempo e fatica per distinguere il vero dal falso, finirebbero per dare pari ascolto a tutte le informazioni, sia vere che false.
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COME HANNO CONDOTTO LO STUDIO?

Al fine di verificare se una di queste ipotesi potesse essere corretta, il gruppo di ricercatori ha sottoposto ad un gruppo di persone 52 post presi direttamente dai social network che avevano come tematiche cancro e vaccini. I post erano di diverse tipologie, alcuni erano palesemente falsi con teorie del tutto inventate, alcuni presentavano informazioni scorrette ed altri volte invece erano affidabili e basati su teorie validate scientificamente. Alle persone è stato chiesto di identificare i post che ritenevano contenere informazioni vere da quelli che invece presentavano informazioni false.

 

CHE RISULTATI SONO EMERSI?

I risultati ottenuti dall’esperimento indicano come le persone che più hanno dato credito alle informazioni false e basate su teorie del tutto inventate, erano quelle che presentavano un basso livello di istruzione, una mancanza di conoscenze scientifiche e di strumenti di analisi adeguati al fine di poter comprendere appieno le informazioni. Per cui sarebbe la prima ipotesi quella da considerarsi più corretta ossia quella del deficit. Va specificato anche che i risultati ottenuti sono in grado di spiegare solamente il 19% della varianza dei dati, che tradotto in parole semplici vuol dire che ci sono molti altri fattori che incidono su questo fenomeno, ma che comunque il fattore del deficit è probabilmente uno dei più importanti.

Altri due risultati a mio avviso interessanti emergono dallo studio. In primo luogo è completamente priva di fondamento l’idea che le persone credano alle bufale perché non hanno voglia di investire risorse nella ricerca di informazioni. Questo vuol dire che c’è voglia invece da parte delle persone di informarsi e rimanere aggiornate. In secondo luogo è emerso come le persone che credono alle informazioni prive di fondamento su una specifica questione medica ad esempio i vaccini, sono le stesse che poi tenderanno a credere ad informazioni prive di fondamento su altre questione di natura medica come ad esempio nel fare affidamento a cure alternative per i tumori.

 

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Info sull'autore

Marco Naman Borgese è uno psicologo, psicoterapeuta e coach. Cultore della materia presso l'Università degli studi di Salerno, Docente presso l'Università del calcio di Coverciano e docente per il Master Giunti in psicologia dello sport. Ha conseguito una borsa di studio presso il Policlinico Universitario Agostino di Gemelli in Roma per il trattamento del dolore cronico mediante l'uso della realtà virtuale in donne affette da endometriosi. E' pratictioner EMDR di I° livello e certificato per l'uso del protocollo Mindfulness MBSR Palouse ed esperto nell'uso della realtà virtuale nel trattamento dei disturbi psicologici.

 

 

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